Intervista alla Dott.ssa Chiara Bellistri’ “Il sacrificio e il benessere mentale degli alteti”

Intervista alla Dott.ssa Chiara Bellistri’ “Il sacrificio e il benessere mentale degli alteti”

Molto spesso sentiamo parlare di sacrificio che gli atleti, a qualsiasi livello, devono affrontare al fine di raggiungere gli obiettivi prefissati. Come la psicologia si interseca con l’atletica e come possiamo intervenire nelle difficoltà dei nostri atleti?

Innanzitutto, partirei su cosa intendiamo per sacrificio, per grande sacrificio, in quanto termine che può assumere sia una connotazione positiva, ad esempio di curiosità: “fin dove posso arrivare rispetto alle mie abilità …” che negativa, ad esempio, può essere letta come senso di perdita; quindi, dipende rispetto al significato che ognuno gli può dare al termine sacrificio. 

In campo sportivo, forse parlerei più di obiettivi di raggiungimento di quest’ ultimi che un individuo in maniera più o meno consapevole, ED E’ QUESTA LA CHIAVE DI LETTURA IMPORTANTE, desidera raggiungere.  

Essere in grado di definire correttamente, sentirli propri a livello cognitivo ed emotivo, affinché siano COERENTI con l’immagine di noi, questa si rivela una modalità fondamentale. 

Quando il raggiungimento di questo obiettivo viene interpretato come sacrificio, con connotazione negativa, questo potrebbe essere letto come un campanello d’ allarme rispetto a quello che nel qui e ora sono i veri bisogni. 

Perché dico veri? È qualcosa che può succedere non solo al bambino o all’ adolescente ma anche agli adulti. Può capitare di identificare e incollare come nostro qualcosa proveniente dal mondo esterno o dall’ interno da qualcosa prefissato in maniere rigida. Pensiamo ad un quadro se all’ interno posizioniamo una foto un poster più piccolo questo tenderà a scivolare verso destra,sinistra in basso, non rimarrà bella aderente un po’ è quello che succede alla nostra identità se inserita in un contesto non propriamente adatto a noi alle nostre volontà, ai nostri desideri, che sono mutevoli nel corso della nostra vita, della nostra crescita e quindi abbiamo tutta una conseguenza di emozioni negative, poca motivazione, senso di frustrazione, di insoddisfazione o conseguenze di eccessivo controllo, tendenza al perfezionismo che comunque causa malessere. 

Ecco perché è fondamentale il supporto psicologico per individuare il tipo di funzionamento della persona, lavorare sulla consapevolezza e l’accettazione delle proprie dinamiche intrapsichiche, comprendere i veri bisogni. 

L’allenatore può avere un ruolo fondamentale in questo?

Un filone importante e di riflessione attenta risulta essere anche quello della Relazione allenatore –atleta.   È fondamentale che l’allenatore abbia chiaro e veda la persona e che formuli degli obiettivi condivisi con il singolo atleta. Il sistema atleta e allenatore dovrebbe essere legato da una comunicazione funzionale, basata su una relazione stabile, accettata e condivisa.  

Il messaggio dell’allenatore, una volta elaborato dall’ atleta, produce una reazione; ecco perché anche gli allenatori devono essere istruiti alla comunicazione sana e osservati. 

L’ allenatore diviene un punto di riferimento, diviene quella persona a cui si fanno delle richieste si raccontano delle cose delle situazioni anche complesse:  

Come l’insegnante di danza corregge le linee delle ragazze, la postura ci sarebbe bisogno di una figura che potesse correggere le loro linee sul versante comunicativo relazionale

Perché questa problematica non è emersa negli anni passati?

Non penso sia propriamente così, penso sia stata accantonata, perché ritenuta rigida e immutabile. Oggi c’è una maggiore sensibilità, e mi verrebbe da dire meno male, alla salute e al benessere psicofisico, con una conseguente maggiore attenzione alle emozioni a ciò che sentiamo e alle discrepanze percepite.

Queste dinamiche si innescano in ambiti di prevalenza femminile?

Queste dinamiche si innescano non solo in ambienti femminili; stiamo discutendo di dinamiche relazionali, di identità, di individuo, di bisogni non di genere.